

109. La tragedia delle foibe.

Da: G. Valdevit, Foibe: un passato che sta passando, in Il
Mulino, novembre-dicembre 1996.

Le foibe sono inghiottitoi tipici del territorio carsico della
Venezia Giulia; le popolazioni slovene e croate dell'entroterra
triestino ed istriano usavano gettarvi carcasse di animali,
vecchie suppellettili, residui di lavorazioni e oggetti vari, dei
quali era difficile liberarsi in altro modo.
Fra il 1943 e il 1945 le foibe divennero la tomba di centinaia di
persone, uccise per rappresaglia dopo l'8 settembre del 1943,  o
eliminate in massa per motivi politici dalle forze partigiane
iugoslave. Si tratta di vicende oggetto di accese polemiche e di
contrapposizioni nette tra chi tende ad enfatizzarle e chi
vorrebbe invece minimizzarle. Nel seguente passo lo studioso
italiano Giampaolo Valdevit colloca la questione nel contesto
della storia italiana ed europea, evidenziando alcuni aspetti
fondamentali: il fatto che la regione Giulia sia stata dall'inizio
del Novecento oggetto di contesa fra stati, la conseguente
formazione al suo interno di movimenti irredentisti, il rigido
controllo per questo esercitato sulla regione da parte dello stato
italiano dopo la prima guerra mondiale, quindi dal regime fascista
e, dopo il crollo di quest'ultimo, dai nazisti. Nel maggio del
1945 anche Tito volle sottoporre la regione al suo completo
controllo, riducendo la popolazione italiana in condizioni di
minoranza e di subalternit, per realizzare il suo progetto
ispirato ad un modello politico totalitario. A tal fine vennero
arrestati, deportati e infoibati non solo ex fascisti e
collaborazionisti, ma anche coloro che in qualche modo
rappresentavano lo stato italiano e perfino esponenti
dell'antifascismo non comunista, considerati come possibili
antagonisti politici. Le foibe possono dunque essere assimilate
sotto alcuni aspetti alla risiera di San Sabba, la vecchia
fabbrica per la lavorazione del riso nel quartiere triestino di
San Sabba, che, nell'ottobre del 1943, i nazisti trasformarono in
prigione, luogo di tortura e di sterminio e campo di smistamento
per la deportazione in Germania. In entrambi i casi, infatti, si
tratt di violenza di stato; sia i nazisti che i comunisti,
inoltre, attuavano una messa in piazza degli arresti e delle
deportazioni, mentre le esecuzioni avvenivano di nascosto,
cosicch la combinazione di esibizione e occultamento potesse
avere il maggiore effetto deterrente possibile.


Se si vuol [...] riconsiderare il problema delle foibe, esso va
innanzitutto ricollocato nel suo contesto, inserendolo nel fluire
della storia italiana e, pi in generale, di quella europea: 
fenomeno infatti che interessa l'una e l'altra. Non  pero da
legare direttamente al ventennio fascista e alla sua politica
oppressiva nei confronti di sloveni e croati entrati nel 1918 a
far parte del regno d'Italia. Non  da leggere esclusivamente come
l'episodio finale di una lunga e sanguinosa lotta di liberazione,
a definire la quale si potrebbe usare la massima chi semina vento
raccoglie tempesta; solo in parte sta dentro l'antagonismo
fascismo-antifascismo.
Piuttosto il fenomeno fa emergere un carattere di lungo periodo
della storia della regione Giulia. Quanto meno dall'inizio del
secolo essa  regione contesa: contesa prima di tutto fra stati.
Ma regione contesa  anche sinonimo di societ fratturata al
proprio interno ad opera di irredentismi: sono movimenti, questi,
che canalizzano consenso e perci sono avvertiti dallo stato - da
ogni stato - come fonte di minaccia interna.
Sulla base di tali premesse, dopo la prima guerra mondiale, si
manifesta da parte dello stato italiano un'esigenza di controllo,
che per il suo carattere autoritario il regime fascista acuisce e
si fa ossessiva nel corso del secondo conflitto mondiale e in
particolare dopo il crollo italiano dell'8 settembre. Nella
Venezia Giulia questa data segna non la morte della nazione, ma la
morte dello stato. E' nel vuoto venutosi a creare che ha luogo
un'esplosione di ribellismo, nel corso della quale vengono
eliminate nelle foibe dell'Istria fra le 500 e le 700 persone: 
ribellismo fine a se stesso, non  alimentato da una precisa
sostanza politica, da un progetto politico per il dopo; 
sostanzialmente resa dei conti da parte di coloro che il regime
fascista ha perseguitato o vessato: militanti comunisti, sloveni e
croati. Dopo l'8 settembre nel giro di alcune settimane il
controllo  comunque ristabilito, ora da parte delle autorit di
occupazione nazista, un'occupazione che qui avr un volto pi
feroce che altrove, tanto che la regione paga il pi alto costo in
assoluto in termini di deportati e vittime: la risiera di San
Sabba ne  il simbolo.
Ma, nel momento in cui nel maggio 1945 crolla il sistema di potere
nazista - si badi bene: in seguito, come hanno voluto gli alleati,
alla resa incondizionata - quell'esigenza ossessiva di controllo
non si dilegua affatto. Al contrario essa viene fatta
integralmente propria da un altro stato, la Iugoslavia di Tito, il
quale ne fa anzi parte integrante del proprio progetto. [...].
E l'insinuarsi della Iugoslavia e del comunismo non inizia nel
maggio 1945, ma ben prima. Quanto meno dal settembre 1944, da
quando cio appare palese che l'avanzata angloamericana in Italia
si sta arrestando, il movimento partigiano e l'esercito di Tito
guardano pressoch esclusivamente al momento dell'insurrezione,
della presa del potere, e non ne fanno mistero alcuno. Con una
certa baldanza la stampa partigiana presenta il momento
dell'insurrezione come una sorta di ora zero. Tutte le forze a
raccolta per il colpo decisivo, sprona il Corriere partigiano
nel gennaio 1945, e qualche mese prima un altro organo aveva
scritto: quando scenderemo da questi monti [...] non dovremo
mollare le armi neanche per un momento perch solo con queste
potremo assicurare alle masse popolari l'avvenire. [...].
Tito dunque pianifica nel presupposto di avere mano libera nella
Venezia Giulia e di riempire immediatamente il vuoto di potere
attraverso una serie di atti, i quali altro non sono che la
continuazione della guerra civile dal momento che rivelano una
concezione della lotta politica intesa come annientamento fisico
dell'avversario.
Ma chi e il nemico? C' innanzitutto uno stato nemico per lo stato
iugoslavo:  l'Italia. In primo luogo il progetto di Tito si
presenta come liquidazione di un passato contraddistinto dal
fascismo e dal collaborazionismo con i nazisti. A eliminare nel
concreto il passato vale l'identificazione fra Italia e fascismo,
e ci serve a trasformare in politica di potenza quello che  un
forte bisogno di riscatto e affermazione nazionale (da parte
slovena e croata). Dell'Italia gli sloveni e i croati hanno
conosciuto il volto arcigno e vessatorio quando non apertamente
persecutorio, ed  tutto ci che rappresenta quel volto a essere
considerato, senza distinzioni, nemico. E' a ci che va fatto
risalire il sequestro dei valori contenuti nella Banca d'Italia,
il sequestro di archivi, ma soprattutto l'arresto e la
deportazione di forze di polizia e guardia di finanza, della
milizia cittadina creata dai nazisti (la guardia civica), di
militari della Repubblica sociale: in sostanza di tutti coloro che
indossano una divisa che rappresenti lo stato, e cio l'Italia
fascista (e finiranno in gran parte infoibati in seguito a un
processo meno che sommario celebrato dal tribunale militare della
quarto armata iugoslava). Le direttive emanate al riguardo dal
partito comunista sloveno - che da qualche tempo si possono
consultare presso l'archivio statale di Lubiana - sono del tutto
inequivoche: Tutto l'apparato amministrativo e di polizia vengano
considerati come esercito e apparato nemico.
In qualche misura si tratta di un evento annunciato. Nel gennaio
1945 un giornale partigiano gi aveva resa manifesta la sorte
riservata a spioni, questurini e fascisti: Per codesta schiuma
del male e del crimine, la risposta  una sola: morte.
In secondo luogo arresti, deportazioni (e successivi infoibamenti)
sono anche un'operazione preventiva, volta a togliere dalla
circolazione i possibili antagonisti politici, le forze
dell'antifascismo non comunista italiano che si raccolgono nei
CLN. Anche le direttive al riguardo sono del tutto esplicite:
Smascherate ogni insurrezione che non si basi sul ruolo direttivo
della Iugoslavia di Tito [...] considerandola un aiuto
all'occupatore e un inizio della guerra civile. Il CLN di Trieste
torner in clandestinit, due membri di quello goriziano, il
socialista e l'azionista, verranno invece eliminati; e stesso
destino incontrano le residue forze autonomiste a Fiume. Agli
inizi di maggio un giornale partigiano proclama: L'arrivo della
quarto Armata iugoslava significa la resa dei conti per tutti i
nemici del popolo; e popolo non  termine generico ma designa i
nuovi poteri rivoluzionari: guardia del popolo, tribunale del
popolo e cos via.
Si tratta di iniziative finalizzate a quel progetto di controllo
totale della Venezia Giulia, e ispirate a un modello politico
totalitario. Fra l'altro riconoscere in qualche modo la
legittimit di un antifascismo italiano non comunista minerebbe
alla base quell'identificazione fra Italia e fascismo, che
sorregge le iniziative dei partigiani e delle truppe di Tito,
nonch la concezione del comunismo come unica espressione e
modalit possibile dell'antifascismo. [...].
Visti sotto queste due dimensioni - politica di potenza, che 
anche espressione di nation building [creazione di una identit
nazionale iugoslava] e totalitarismo comunista - deportazioni e
infoibamenti sono fenomeni che potremmo rubricare sotto la voce di
violenza dello stato, una violenza che nella regione si  gi
manifestata durante il ventennio fascista e con maggiore
efferatezza durante l'occupazione nazista (si  gi citata la
risiera di San Sabba come il suo simbolo).
Ma  importante aggiungere che, sotto questo profilo - a
differenza di quanto la storiografia antifascista ha spesso
sostenuto - risiera e foibe non appartengono a due universi
totalmente distinti. Al riguardo non si vuol certo sostenere
l'omologazione piena del totalitarismo comunista con quello
nazista, intesi assieme come espressione tipica del male del
secolo. Si tratta piuttosto di individuare consonanze; e quella
che abbiamo indicato sotto la voce di violenza dello stato non 
l'unica.
Risiera e foibe rispondono a una logica diversa da quella che
determina la morte messa in piazza, e cio il furor di popolo
che si scatena anche altrove in Italia alla fine della guerra.
Nella risiera e nelle foibe infatti la morte non viene affatto
messa in piazza, al contrario la si occulta. Nell'un caso e
nell'altro  la deportazione invece che viene messa in piazza:
varie testimonianze fotografiche relative ai primi giorni di
maggio ci affidano il ricordo di lunghe colonne di arrestati che
attraversano nei primi giorni di maggio la citt di Trieste alla
luce del sole prima di essere trasferiti altrove.
C' dunque in entrambi i casi una combinazione di esibizione-
occultamento; ed  facile comprendere come sia l'aura di mistero
(quanto alla sorte dei deportati) che accompagna la loro
ostentazione a massimizzare l'effetto deterrente che da ci con
ogni probabilit si aspetta il regime che [...] con la sua ferrea
volont di egemonia anticipa i tratti del totalitarismo. [...].
C' infine un terzo aspetto da porre in luce. Nella vicenda delle
foibe agisce anche un qualcosa di indiscriminato, e cio l'idea
che la gran parte degli italiani della Venezia Giulia siano privi
di diritti di autoctonia: un po' importati dal resto d'Italia
dopo il 1918 e un po' assimilati, costretti a perdere - questi
ultimi - la loro identit etnica originaria, da una citt,
Trieste, contaminatrice e corruttrice: una perfida puttana - mi si
passi l'espressione, che uso per la sua capacit evocativa - che
in quanto tale non pu non attrarre; ma pu anche portare alla
perdizione, alla perdita della propria identit, quella etnica
prima di tutto, e comunque espelle chi non ci sta o quanto meno lo
emargina.
Il retroterra di concezioni (e sensazioni) del genere 
riconoscibile in alcune dichiarazioni di Kardelj [Edvard Kardelj,
collaboratore di Tito, vicepresidente del consiglio nel 1945 e
ministro degli esteri dal 1948 al 1953], il quale ha pi volte gi
affermato che per gli italiani della Venezia Giulia un unico
status  possibile: quello di una minoranza. Ma nel maggio 1945 
lo stesso quotidiano comunista che si stampa a Trieste, Il
lavoratore, a dar voce corposa ad esse: Col fascismo Trieste
conobbe un nuovo commercio, quello degli uomini: "importazione" di
cittadini dalle vecchie province ( la denominazione che a Trieste
si dava del resto d'Italia), "esportazione" di triestini [...] i
triestini e le genti del Litorale erano soltanto comparse.
In definitiva si capisce che, innestandosi su una visione del
mondo, come quella comunista, impegnata a costruire l'uomo nuovo,
queste forme di antagonismo indiscriminato si traducano in un
forte bisogno di sottoporre Trieste e le aree italiane della
regione a un bagno rigeneratore (che , esso pure,
indiscriminato). S, figli miei [...] siate senza piet, colpite,
figli miei, fratelli, compagni... colpite! Ripulite il mondo da
questa banda di assassini degeneri. E' la voce di una madre che
incita nella finzione giornalistica (dall'organo degli italiani
dell'Istria aderenti al movimento di liberazione iugoslavo).
In questa terza dimensione del fenomeno che consideriamo 
distinguibile un carattere:  un po', se vogliamo, uno sparare nel
mucchio; ed  carattere che verr riconosciuto dall'indagine
compiuta nell'estate 1945 dalle autorit di occupazione
angloamericane: indiscriminata e arbitraria, cos definiranno la
vicenda. Lo si riconosce - presto e con omogeneit di accenti -
anche da parte iugoslava: molti casi di arresti [...]
incontrollati e arbitrari si afferma in un rapporto dell'OZNA, la
polizia segreta iugoslava.
Eppure, proprio in virt di tale carattere, un messaggio alla
societ italiana di Trieste e della Venezia Giulia lo si manda.
Non mi sembra che lo si possa riassumere in una qualche intenzione
di ridurla a zero, in un annuncio di pulizia etnica, come
qualcuno ha interpretato sulla scorta delle recenti tragedie
iugoslave. Ma in tal modo si afferma pur sempre una volont di
costringere la componente italiana della regione entro una forma
di presenza subalterna, quello stato di minoranza che per Kardelj
 l'unico possibile. Non  difficile vedere in ci le premesse sia
della politica iugoslava nei confronti dell'Istria, occupata e poi
annessa in seguito al trattato di pace del 1947, sia del
successivo esodo italiano dall'Istria, sia - vorrei aggiungere -
dell'atteggiamento iugoslavo nei confronti degli italiani
rimastivi.
